Le foto proibite della 1ª Guerra Mondiale

QUEL  CHE  ACCADDE  ALLA  BRIGATA  REGINA

I documenti fotografici del "primo" uso dei gas asfissianti

L'alba del 29 giugno 1916 fu una delle più tragiche per l'esercito nostro che combatteva sui primi contrafforti del Carso ed era abbarbicato alle vette del tragico San Michele. Non appena rintuzzata l'offensiva nemica nel Trentino, molte delle truppe che si erano coperte di gloria furono trasportate sul fronte carsico ed apprestate ad una nostra offensiva. Il nemico illuso che la strafexpedition avesse fiaccato gli italiani ostentava scherno e sicurezza. E credette con un colpo brutale di poter ricacciare le nostre truppe nell'Isonzo, di spezzare il nostro fronte orientale, di respingerci al di là del vecchio confine. E inaugurava l'attacco con i gas asfissianti che, nuova e infausta invenzione della barbarie, si delineava infatti la mattina del 29 giugno dalle alture del San Michele verso i valloncelli che scendono all'Isonzo e precisamente sulla fronte in località Bosco Lancia, Bosco Cappuccio, Trincea delle Frasche, presidiate dalla Brigata Regina (9ª e 10ª fanteria) comandata allora del maggiore generale Emilio Sailer milanese. Il generale Sailer teneva il suo posto di comando in tutta prossimità della linea ed in sulle prime ore dell'alba venne avvertito dell'attacco e poté primo, senza neppure indossare la divisa poiché stava riposando, uscire dal suo ricovero e tentare di por argine al disastro che si preparava. La poco cavalleresca impresa era stata preparata nel più profondo segreto; le nostre truppe, colte di sorpresa, vennero purtroppo gradatamente inghiottite dalla marea avvelenata; migliaia di giovinezze, investite dall'ondata mortifera nelle viscere, nei camminamenti, perirono in atroci sussulti, senza il conforto e l'ebbrezza di una battaglia fieramente ed apertamente combattuta. In quella tragica mattina il nemico, per l'inganno, poteva porre piede sulle nostre posizioni, quando un violento contrattacco di un manipolo di valorosi, protetti da deboli maschere, si lanciava nell'atmosfera ammorbata, attaccava i primi assalitori ancora titubanti e quasi storditi dai loro stessi veleni e li spazzava a colpi di mitraglia dalle mal conquistate posizioni e l'impresa si chiudeva con quell'insuccesso che meritano le azioni condotte col magistero della frode.

Malgrado ciò migliaia furono i morti. Lungo le trincee e nei camminamenti i bianchi fantaccini della Regina vennero raccolti a centinaia, centinaia ne morirono nei giorni successivi, avvelenati dai gas tremendi. Le pendici del San Michele videro uno spettacolo macabro di morti. Erano tanti che parevano allineati in battaglia. La fotografia, che non fu pubblicata perché troppo grande sarebbe stato allora lo sgomento, è stata presa in uno dei cimiterini attigui al San Michele, dove le salme dei caduti dovettero essere raccolte per avere poi degne sepolture. Nessun aspetto della guerra ebbe la tremenda tragicità di questo episodio, che nei comunicati del Comando Supremo fu appena ricordato in poche righe. Foto in basso: cadaveri di nostri che invano avevano cercato rifugio uscendo dalle trincee.

 

La  "VIA CRUCIS"  DEI  NOSTRI  FERITI

La crudeltà verso i vinti si rivela nel primo trattamento verso le vittime sanguinanti delle ultime resistenze. Innumerevoli piccoli cortei di disfatti dalla sconfitta e dalle sofferenze discendono le vie già gloriose senza possibilità o speranza di pietà o di cure. Nessuno, dei vincitori del momento, ha attenzione per gli invalidi. Unica cura: il saccheggio e il furto nelle belle ricche case venete. Sono feriti gravi e moribondi, in basso li attende la fossa, o la sepoltura della prigionia.

PRIGIONIERI  ITALIANI  A  CIVIDALE

Le "orde" fuggiasche hanno continuato ad affluire dalla stretta ora maledetta del Natisone, e si vanno concentrando in un vasto spiano circondato e debolmente difeso da elementari reticolati di filo di ferro spinato. In mezzo al nuovo raggruppamento un ufficiale austriaco domina, ed un ufficiale italiano si prodiga. Non è certo una mano tedesca che ha dipinto sull'ingresso del "campo" la sua designazione. Proprio gli italiani vengono a trovarsi, presso Cividale, nel campo di concentramento che non avevano certamente destinato a sé stessi.

L'INCENDIO DEI CAMPI D'AVIAZIONE

I vasti campi d'aviazione, donde si era tante volte partiti per affermare comunque l'arme maestra e dominatrice degli apparecchi italiani affidati a mani ed a cuori italiani per le più lontane spedizioni, sono stati bombardati da vicino, e finalmente incendiati ed abbandonati dai nostri. Ecco un angolo del campo di Campoformido, presso Udine, tosto accaparrato dai sopraggiunti per la più rapida utilizzazione al nostro inseguimento.

Il Secolo Illustrato - 15 marzo 1920